Il diritto di opporsi, il colore a processo

Destin Daniel Cretton dirige Michael B. Jordan, Jamie Foxx e Brie Larson ne Il diritto di opporsi, basato sul libro di Bryan Stevenson.

In un solo mese sono usciti due grandi film che pongono all’attenzione del pubblico il tema della giustizia.  Il primo, Richard Jewell, diretto da Clint Eastwood, racconta la lenta evoluzione di status di un uomo che, da essere un eroe nazionale, si trasforma nel principale accusato della strage che lui stesso aveva cercato di impedire. Qui, più che raccontare le varie fasi del processo, il racconto si è fermato prima, quando l’FBI lasciò trapelare delle informazioni riservate sull’indagine mettendo il protagonista al centro di una gogna mediatica dagli effetti devastanti. Il secondo, in uscita il 30 gennaio, è invece Il diritto di opporsi, dove la giustizia centra eccome. In una società civile e democratica, a ognuno deve essere riservato il diritto a un giusto processo, affinché venga accertata la veridicità dei fatti, e si ristabilisca quell’equilibrio sociale su cui questo sistema si basa. Il tutto lasciando fuori pregiudizi e convinzioni che non si fondano su osservazioni oggettive. Il punto cardine del potere giuridico è stabilire, secondo la legge, la verità, che non ha colore, genere, e nemmeno uno status sociale. Una frase retorica, può darsi. Il periodo storico attuale dovrebbe aver chiarito i valori fondamentali di una democrazia.

Ma il ricordo di quel processo in bianco e nero de Il buio oltre la siepe, in cui Gregory Peck cercò di difendere con le unghie e con i denti un un cittadino afroamericano accusato di stupro da una donna bianca, sembra aver acquisito un colore più acceso nel film di Destin Daniel Cretton, segno che questo genere di ingiustizie non sembrano, purtroppo, ridursi. Protagonista de Il diritto di opporsi è Bryan Stevenson (Michael B. Jordan), un giovane laureato in legge. Ha studiato ad Harvard, una delle università più prestigiose degli Stati Uniti, e questo, per un avvocato alle prime armi, può tradursi in grosse offerte di lavoro all’interno dei grandi studi legali. Ma a Bryan interessa poco la scalata sociale, perchè vuole difendere la sua gente da delle accuse infamanti che si tramutavano in condanne ingiuste. Il ragazzo si sposta verso l’Alabama, una regione che è spesso stata al centro della cronaca per sentenze che hanno fatto molto discutere. Lì si troverà di fronte a un caso che ha dell’incredibile. Walter McMillian (interpretato da Jamie Foxx), è un operaio. Una vita modesta, una famiglia che gli vuole bene, ma che ben presto si troverà al centro di un grosso ciclone giudiziario, lo stesso che ha colpito figure come il pugile Rubin “Hurricane” Carter, raccontato egregiamente dal film di Norman Jewison e impersonato da Denzel Washington nel 1999. 20 anni più tardi, nel 1987, Walter viene condannato a morte per aver ucciso una ragazza di 18 anni. Il fatto sconvolgente è che non solo c’erano delle prove schiaccianti che provavano la sua innocenza, ma non si era nemmeno tenuto un regolare processo. Nonostante un avvio difficile e una visione pessimistica dello stesso Walter, convinto dell’impossibilità di ribaltare l’esito del processo, Bryan non si da per vinto. Le opposizioni non mancheranno, e non è solo una questione burocratica. Per molti Walter è il vero colpevole di quell’omicidio, ma c’è chi, come l’avvocato Eva Ansley (Brie Larson) viene in soccorso di Bryan aiutandolo a dimostrare la totale estraneità dell’imputato.

Gli effetti si posso immaginare. Essendo bianca, comincerà a essere un bersaglio per la comunità della zona, che andrà perfino a minacciare la stabilità della sua famiglia. Se tutto questo può anche minimamente portare luce a un episodio macchiato dal pregiudizio razziale, l’unico gesto è di opporsi, qualunque siano gli esiti. Il film, scritto da Cretton  insieme a Andrew Lanham (“The Glass Castle”), si è ispirato al libro di Bryan Stevenson Just Mercy: A Story of Justice and Redemption, che uscirà in Italia il 30 gennaio edito da Fazi Editore.