Sophie Auster

Eclettica ed estrosa. Cresciuta a New York in mezzo ad artisti che frequentavano la casa dei suoi genitori. Attrice e modella di successo, con la passione per la recitazione e la musica.

Eclettica ed estrosa. Cresciuta a New York in mezzo ad artisti che frequentavano la casa dei suoi genitori. Attrice e modella di successo. Con la passione per la recitazione e la musica: «A otto anni andavo a scuola di canto classico». Semplicemente Sophie Auster. Un tocco di sofisticata nonchalance da upper-class wasp e un pizzico di naïveté e di modestia che la rendono affascinante. Quel mood tipico da una figlia d’arte. Di livello. I suoi genitori sono, infatti, lo scrittore e regista Paul e la saggista, poetessa e scrittrice, Siri Hustvedt, «li ringrazio perché mi hanno lasciato libera di potermi esprime come meglio credevo», racconta Sophie. Tipi particolari che hanno segnato i suoi primi anni, «mi ricordo papà per casa in ciabatte mentre ripete tra se e se, “Scrivere non è più un atto di libera scelta per me, è una questione di sopravvivenza” e mamma che mi sussurra “la famiglia è il luogo dove diventiamo noi stessi”». A nove anni la prima prova come attrice, nel film Washington Square (L’ereditiera) di Agnieszka Holland a fianco di star del calibro di Jennifer Jason Leigh, Albert Finney, Maggie Smith e Ben Chaplin. A quindici, il primo disco, omonimo, dove con l’aiuto di papà (che, nel 1998, la dirigerà successivamente nel suo Lulù on the Bridge) mette in musica le poesie di Guillaume Apollinaire, Robert Desnos, Tristan Tzara, Paul Éluard e papà Paul; contributo musicale di Michael Hearst e Joshua Camp, aka One Ring Zero. Il lavoro, più che altro un divertissement, mischia atmosfere francesi e folk in stile cafè nuovaiorchese.

Escono, prima un Ep auto prodotto, Red Weather (2012) pop rock sofisticato con venature lounge jazz, e poi il vero e proprio primo disco, Dogs & Men, nel 2015, rimanendo fedele allo stile folk degli esordi, si trasforma in una crooner al femminile e inserisce toni bluesy e vagamente jazz. Arrivata a 32 anni, sicura icona di stile la cantante Sophie Auster, dalla voce seducente e seduttiva, pubblica ad aprile di quest’anno, con l’aiuto de produttore svedese Tore Johansson (New Order, Emiliana Torrini, Saint Etienne, a-ah tra gli altri) Next Time, una serie di storie agrodolci, talvolta ironiche, delle torch song di grande impatto, dove «il filo conduttore è una riflessione sugli errori del passato, su chi ero primo rispetto alla donna che sono oggi». Un disco maturo, di up-beat alt pop con del american folk in cui la voce da sensuale chanteuse è sottolineata da chitarre anni ’60 e fiati, come nel primo singolo estratto Mexico, dalle atmosfere alla tarantino e inserito da John Turturro nella colonna sonora del suo Going Places, lo spin-off de Il grande Lebowski. Per lei dal cognome “pesante” e artisticamente «figlia di Tom Waits e Billie Holiday» sicuramente una bella soddisfazione.